Recensione “Auschwitz. La vera storia” di Andrea Frediani

 

Auschwitz non nasce da un giorno all’altro, senza alcuna avvisaglia. Al contrario, è il punto di arrivo di un percorso che inizia nel momento stesso in cui il nazismo prende il potere, istituendo campi di concentramento dapprima per gli avversari politici e poi per gli emarginati sociali, ai quali si affianca una politica razziale sempre più esasperata. Il programma di eutanasia è un altro balzo in avanti verso l’orrore, che con la guerra non conosce più ostacoli né limiti. Durante il conflitto, l’intera gerarchia delle SS lavora costantemente per creare il campo totale, che soddisfi i requisiti per internare un numero sempre maggiore di prigionieri, sfruttarne la forza lavoro per l’industria bellica, ed eliminare subito chiunque non risulti utile. Dai primi esperimenti con i detenuti sovietici fino allo sterminio degli ebrei ungheresi, nell’arco di un triennio Auschwitz affina sempre di più le sue capacità assassine, fino a diventare l’unico lager in grado di mettere in pratica, e su ampia scala, tutti i sistemi escogitati dai nazisti per la “soluzione finale”: l’omicidio di massa mediante privazioni, lavoro coatto e camere a gas.

 

Ho trovato la lettura una serie di raccolta di notizie, una raccolta storica e di dati del campo di concentramento più famoso.

Andrea Frediani ha saputo dare la giusta spiegazione con il dovuto distacco giornalistico, sciorinando dati, numeri, statistiche e congetture.

Auschiwitz non è nato con lo scopo di uccidere le persone ma con quello di neutralizzarle e sfruttarle.

Ci farà vedere Auschiwitz sotto diversi punti di vista, dal prigioniero, al soldato sovietico che per la prima volta vedrà cosa è capace l’umanità, dal poliziotto, dal Kapo, l’industria della morte come non l’abbiamo  mai vista.

Troveremo l’origine del detto anus mundi o conosceremo Josef Klehr, un inserviente medico che si divertiva a farsi servire, facendosi lavare i piedi o limare le unghie prima di ucciderli con la siringa.

L’espressione che più mi ha colpita è stata “Ad Auschwitz la solidarietà era di casa quanto l’egoismo”, il famoso nonnismo di cui parla Primo Levi, l’egoismo collettivo di un gruppo, all’interno del quale, però la generosità tra i membri poteva essere commovente.

Un libro che susciterà indignazione? Una denuncia? No semplicemente la narrazione di fatti attraverso dati storici con occhi e dita sapienti del mestiere di giornalismo, questo libro è la pura e cruda verità senza giri di parole che trasuda dolore.

 

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