Recensione “Il custode delle luci di Auschwitz” di Naphtali Brezniak

 

Quando Moshe Brezniak scende dal treno ad Auschwitz, è chiaro che la sua vita non sarà mai più la stessa. È chiaro anche che, per difenderla, dovrà resistere con ogni fibra del suo corpo e della sua anima. Moshe lo sa. Sa che, se vuole sopravvivere, deve evitare di essere assegnato ai lavori più pesanti, quelli a cui viene destinata la maggior parte degli uomini come lui, giovani e senza difetti fisici. Così, dà via l’ultimo dei suoi beni in cambio di un lavoro come elettricista. Quella posizione all’interno di una delle fabbriche di Auschwitz gli offre libertà che pochi hanno nel campo, e lui è determinato a usarle per aiutare gli altri. Ma con l’opportunità arriva il pericolo. E quella di portare luce ad Auschwitz, mentre lotta ogni giorno per sopravvivere, potrebbe rivelarsi per Moshe una missione impossibile…

 

Storie vere come queste lasciano l’amaro in bocca. Seppur “il lieto fine” c’è, vivere, o comunque sopravvivere, in quel campo agli occhi del lettore è il miglior finale ma per chi, come Moshe, lascia affetti, amici o parenti in quel luogo, non è di certo il miglior epilogo.

Moshe, da soldato ai campi di concentramento, caparbio come non mai, cerca di sopravvivere in quella morsa, baratta il suo ultimo bene per un lavoro non troppo pesante che gli potrà garantire la sopravvivenza, entrando a far parte del kommando 27.

Il libro si presenta non molto spedito, capitoli lunghi che “deviano” il lettore, ma la storia riesce comunque a tenerti incollata alle pagine.

Gli eventi sono abbastanza conosciuti, la moltitudine di libri simili ti “facilita” e ti anticipa gli eventi, è la storia personale che cambia il resto delle cose, quelle emozioni così diverse tra loro, quella forza così intensa che sopravvive alla morte, che ostacola il corso degli eventi.

Stesso luogo, stesso cielo, stesso nemico, diverse storie, diverse emozioni.

 

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